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GENNAIO 2022 PAG. 37 - BRI, cresce l’interesse per il Medio - Oriente

 

 

Dalla Siria all’Iran aumenta la pressione diplomatica di Pechino sull’area. Mentre l’occidente infligge sanzioni, Pechino guarda al sodo tra equilibrismi politici e nuovi tasselli da collegare alla Via della Seta.

 

Presso la Planning and International Cooperation Commission di Damasco è stato siglato ad inizio anno il memorandum d’intesa sull’adesione della Siria alla BRI. Nel corso della cerimonia Fadi Khalil, a capo della commissione, e Feng Biao, ambasciatore cinese nel paese hanno posto l’accento sul “ritorno” all’antico ruolo giocato nel passato dall’area nello sviluppo della storica Via della Seta, in particolare per quanto riguarda le città di Aleppo e Palmira.

Al di là delle suggestioni sulla lunga storia di amicizia e cooperazione tra Cina e Siria, l’accordo punta a consolidare il ruolo di Pechino nell’area mediorientale, in un momento in cui la guerra civile che ha dilaniato il paese non è ancora terminata e i finanziamenti asiatici potrebbero risultare essenziali per la ricostruzione e dare linfa alla strategia di apertura verso Est promossa dal presidente Bashar al-Assad.

I rapporti diplomatici lungo l’asse Damasco – Pechino sono stati particolarmente intensi nell’ultimo anno, con l’appoggio più volte ribadito nei confronti del presidente siriano e il tentativo da parte del gigante asiatico di giocare un ruolo nella risoluzione della crisi militare che ha portato il paese indietro di decenni sul piano economico. Basti un solo dato. Nel 2017, la Banca Mondiale aveva calcolato che l’economia siriana si era ridotta di 226 miliardi di dollari tra l’inizio della guerra nel 2011 e il 2016, il doppio del PIL totale.

In un contesto in cui le forze filogovernative ancora devono riprendere l’intero controllo del territorio, e con la mancanza di risorse da parte di un Occidente fortemente contrario alla permanenza al potere di Assad, la BRI diventa forse l’unica via d’uscita per la ripresa. Anche perché le risorse messe a disposizione dagli altri due player geopolitici dell’area, Russia e Turchia, non basterebbero alla bisogna.

Non è un caso che, come rilevato dalla rivista Diplomat, funzionari siriani abbiano già proposto nell’ambito delle iniziative legate alla BRI una serie di progetti, tra cui la costruzione di un’autostrada Nord-Sud-Est, la riqualificazione dei porti di Lattakia e Tartus, e la costruzione di ferrovie, una nella regione di Damasco e l’altra che collegherebbe il porto libanese di Tripoli. Da parte cinese ci sono le proposte avanzate negli anni scorsi da Huawei per ricostruire il sistema di telecomunicazioni siriano e l’impegno del 2017 a dirottare 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture e parchi industriali.

Ad oggi in Medio Oriente Pechino è già fortemente impegnata in progetti commerciali che riguardano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran. Con il paese degli ayatollah, in particolare, in possesso di un potenziale energetico tuttora inespresso (soprattutto gas, nelle zone meridionali e nelle aree di pertinenza del Caspio), è in atto una partita di alto equilibrismo tra volontà di non urtare gli altri paesi della regione e la necessità di aggirare le sanzioni relative alla questione nucleare.

Nondimeno, anche in questo caso, la diplomazia è al lavoro. All’ultimo vertice dell’Economic Cooperation Organization Teheran ha firmato accordi per accelerare il mega-progetto dell’International North South Transportation Corridor (INSTC) che coinvolge Russia, Asia centrale, Azerbaigian, Europa, Turchia, Afghanistan, India e Iran. Un sistema di transito multi-modale di 7.200 km in sinergia con la Belt and Road Initiative. Sempre in quell’occasione, Iran-Kazakistan-Turkmenistan hanno firmato un memorandum d’intesa per costruire una nuova ferrovia che si aggiungerà alla ferrovia di 917 km che va da Ozen (in Kazakistan) a Gorgan (in Iran) passando per il Turkmenistan. Altri tasselli per la strategia connettiva propugnata dal Dragone.


 

 

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