APRILE 2020 PAG. 14 - La ZES di salvaguardia per il new deal economico




Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa e con essa l’Italia non hanno mai conosciuto una situazione drammatica di tipo sociale, economico e con evidenti riflessi anche di natura psicologica in tutta la popolazione, come quella provocata dall’emergenza sanitaria del COVID-19. Già ora si prospetta uno scenario economico di medio/lungo periodo, tipico di una situazione post-bellica alla cui eccezionalità bisogna rispondere con misure economiche eccezionali.

Tali non possono essere né una rimodulazione di finanziamenti UE già assegnati ex ante e pro quota a tutti gli Stati membri, non utilizzati in tutto o in parte, né il ricorso esclusivo a strumenti finanziari europei che rischiano di aumentare il debito pubblico, a danno di ulteriori successivi aggravi su famiglie e imprese. Neppure è sufficiente la semplice procrastinazione di qualche mese delle scadenze degli adempimenti fiscali, finanziari e contributivi, come previsto finora dal Governo con il Decreto così detto “Cura Italia”.

Il rischio di una recessione globale determinata dal lockdown attivato nella maggior parte degli Stati, potrebbe provocare una reazione sull’offerta e sulla domanda aggregata, e la creazione di un panorama diffuso di crediti in sofferenza: il già strutturalmente difficile accesso alla liquidità, diverrebbe un vero e proprio miraggio soprattutto per le numerose micro, piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto economico italiano, le quali, prive della garanzia di un adeguato e rapido cash flow, potrebbero facilmente scivolare in una situazione fallimentare.

La soluzione dell’immediata iniezione di liquidità, che gode anche dell’autorevole endorsement dell’ex Presidente della BCE Mario Draghi, è essenziale per garantire nel breve periodo la vitalità della linfa produttiva della nostra economia. Tuttavia in relazione ad un orizzonte temporale più ampio, l’iniezione di liquidità, che molto presumibilmente sarà erogata quasi esclusivamente “a debito”, potrebbe non bastare. Allora bisogna rendere appetibile il Sistema Paese ricorrendo all’impiego di strategie di ripresa economica imperniate anche sull’impiego sistematico appunto delle zone economiche speciali, però secondo il single approach della  “Zona Economica Speciale di Salvaguardia per tutta l’Italia”. Questo è il modello di cui adesso il Paese ha bisogno per il suo rilancio e per essere veramente competitivo, ma a patto che esso valga per l’intero territorio nazionale e non si riduca ad essere il simulacro di ZES previsto dalla normativa vigente, che finora si è rivelata inadeguata, frazionata com’è, in diverse successive modifiche ed integrazioni (troppe in poco più di due anni dal varo del DL 91/2017) comprese quelle contenute nella Legge di Bilancio 2020.

Ciò ha provocato uno stato di precarietà normativa “permanente”, con conseguente generazione di una situazione di estrema confusione ed incertezza operativa sia da parte degli Enti territoriali tenuti all’iniziativa di richiesta di istituzione delle ZES e della redazione dei Piani di Sviluppo Strategico, sia da parte degli investitori, impossibilitati ad avere una chiara definizione ex ante dello scenario regolamentare ed operativo nel quale si accingono ad investire le proprie risorse economiche, e quindi degli esatti indicatori per una limpida ponderazione circa la redditività o meno di un investimento.

Considerato che le ZES evocano di per sé, interpretando alla lettera la “specialità economica” che si intende attribuire ad un determinato territorio (in latino si direbbe efficacemente “in re ipsa sunt”), concetti come la liberalità economica, l’innovazione, la deregulation, la semplificazione, ossia fattori che riconducono ad un ambiente concretamente business-oriented, allora il quadro normativo prescelto per tali strumenti nonché l’approccio adottato per regolamentare le condizioni per fare impresa, rappresentano l’esatta antitesi di ciò che sono, in senso lato, le “Zone Speciali”.

Invece la ZES nella sua accezione che ho definito “di Salvaguardia” è, soprattutto in questa situazione emergenziale, lo strumento più idoneo per le esigenze di lavoratori, imprese e famiglie italiane. Perché:
 1) avvalendosi delle agevolazioni previste secondo l’evoluzione funzionale delle best practices presenti nelle migliori ZES al mondo, è la strategia più efficace per l’insediamento di nuove imprese, l’attrazione di FDI e per la sopravvivenza nel lungo periodo delle imprese italiane già esistenti che supereranno questa crisi.
In particolare bisogna introdurre un’effettiva defiscalizzazione (e non semplicemente l’impiego di un credito d’imposta, che è assolutamente risibile, se comparato con i benefici presenti in altri Paesi dotati di analoghi strumenti di accelerazione dello sviluppo economico), variamente regolata a seconda che si tratti di nuovi insediamenti o di imprese preesistenti, ed equamente rimodulata per i professionisti, la cui durata deve riguardare un periodo ragionevole a far ripartire il Sistema Paese.  A tale proposito merita di essere sottolineato questo dato incontrovertibile per un effettivo perseguimento degli obiettivi di sviluppo economico e commerciale: la creazione di territori in regime di esenzione fiscale comporta che il Paese che ricorra a tale istituto non debba successivamente rammaricarsene per il conseguente minor gettito fiscale complessivamente prodotto, in quanto, come “contropartita”, il superiore vantaggio reale di cui tale Paese beneficia, scaturisce dalle altre maggiori entrate determinate dai nuovi insediamenti produttivi.
Inoltre è indifferibile la svolta epocale di una modifica strutturale dell’ambiente amministrativo italiano in cui si muove sempre più con difficoltà l’imprenditoria italiana ed estera nonché l’intero cluster logistico (che con 85 miliardi di fatturato prodotto nel 2019, contribuisce per circa il 9% al PIL nazionale), da decenni bloccati in un autentico girone infernale di “pedantocrazia” come è definita la burocrazia italiana.
Infatti l’asfissiante mix di formalismo e di inefficienza della “burocrazia meccanica” italiana, la cui evidente censura è ormai una presenza costante nello stillicidio di rapporti negativi sulle performances in materia di sviluppo (da ultimi quelli della Word Bank e del World Economic Forum), rendono l’Italia  uno dei peggiori Paesi al mondo in cui fare impresa. Affermava K. Marx “La burocrazia è lo Stato immaginario accanto allo Stato reale...” ed appunto le imprese italiane, ora, hanno bisogno di interlocuzioni con lo Stato-Apparato improntate esclusivamente su concretezza, rapidità ed essenzialità operativa, e soprattutto su quel buon senso istituzionale che sembra ormai sparito. In buona sostanza il “modello Genova”, raro caso di celerità amministrativa italiana, dovrebbe diventare la regola.
 2) consente di migliorare la competitività del “Made in Italy” sui mercati internazionali;
 3) garantisce dai rischi di probabili interventi speculativi a livello mondiale contro l’economia nazionale;
 4) costituisce un eccezionale ambito di incubazione istituzionale business - oriented;
 5) rappresenta un’occasione unica per riposizionare il nostro cluster logistico-infrastrutturale nelle rinnovate dinamiche delle Global Value Chains che a livello internazionale già si stanno modificando, come effetto “rebound” all’interruzione involontaria che si è prodotta sulle supply chains globali di numerose categorie merceologiche;
 6) perché dal punto di vista dell’introduzione di benefici di carattere fiscale esistono le condizioni tecnico-giuridiche nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea per la realizzazione del modello di ZES descritta, proprio perché “di Salvaguardia” di un Paese colpito da un evento di rilevante gravità: rilevano ad esempio le disposizioni (ma non sono gli unici fondamenti giuridici di tale assunto) di cui all’art. 107, paragrafo 2, lettera b) e in via residuale, paragrafo 3, lettera b) del TFUE;
7) di fronte all’oggettiva emersione dei limiti e delle inefficienze dell’attuale sistema economico, che dopo oltre duecento anni è ancora essenzialmente impostato sui rigidi criteri del razionalismo illuministico, consente l’opportunità di rimodulazioni finalizzate a favorire dinamiche di crescita che mettano il più possibile al centro l’uomo.

In chiave europea, seconda un’ottica ben più aderente alla gravità ed eccezionalità dell’evento in corso di quanto possa essere rappresentato dalle soluzioni prospettate finora a Bruxelles, in aggiunta alla ZES “di Salvaguardia” si potrebbe aggiungere la creazione:
-  di un Fondo UE di emergenza eccezionale ad hoc per l’Italia, come è  stato fatto alla fine degli anni ‘80 per la Repubblica Federale Tedesca e per la ex DDR per l’eccezionale evento della riunificazione della Germania (che, peraltro si può ancora giovare anacronisticamente, delle agevolazioni previste in materia di aiuti di Stato nell’art. 107, paragrafo 2 lettera c) del TFUE in quanto, pur essendo decorsi più di cinque anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il Consiglio UE ancora non ha adottato una decisione che abroghi tale disposizione);
 - di un Fondo aggiuntivo UE per tutti i Paesi Euro-mediterranei (fra cui l’Italia evidentemente è il perno geopolitico) che, unitamente al blocco dei “Paesi Visegrad”, e a Bulgaria, Romania e Grecia, saranno economicamente ancor più esposti dopo l’emergenza COVID-19 alla forza impattante della Belt and Road Initiative, foraggiata dagli ingenti fondi dell’Asian Investment Bank for Infrastructure (AIIB), che il Governo di Pechino sicuramente intensificherà con l’obiettivo di approfittare delle attuali scarse coesioni presenti nell’Unione Europea per aumentare la sua influenza nel Mediterraneo.
Il comportamento dilatorio e la sostanziale scarsa solidarietà degli Stati settentrionali dell’Unione Europea circa l’adozione di misure coese di aiuto al nostro Paese, richiedono una reazione ferma e coraggiosa.

Forse è arrivato il momento di rivitalizzare il concetto di Integrazione Euro-mediterranea che, rispetto ad un’idea di “Casa Comune Europea” tout court, ormai troppo sbilanciata verso i diktat degli Stati dell’Europa del nord (in particolare quelli della cd. Nuova Lega Anseatica), può senz’altro garantire maggiore comunanze culturali e storiche, nonché quell’identità di problemi socio-economici che, proprio nella comune difficoltà, potrebbe offrire all’Italia la fratellanza di Stati maggiore di quanto finora essa abbia avuto.

Per questo motivo il ricorso ad un strategia endogena di accelerazione dello sviluppo economico nazionale imperniata sulla Zona Economica Speciale di Salvaguardia, proprio sfruttando la maggiore presenza di varie formulazioni di ZES nell’area Euro-mediterranea, potrebbe anche facilitare dinamiche di crescita e di relazioni internazionali, aderendo a trend evolutivi geopolitici che privilegiano l’ottica della macroarea Euro-mediterranea, in cui l’Italia, potrebbe svolgere un ruolo di assoluta centralità.

Avv. Maurizio D’Amico
Membro dell’Executive Board
Federazione Mondiale delle Zone Franche
 e delle Zone Economiche Speciali (FEMOZA)