Il cluster marittimo italiano concorda sulla necessità di un unico soggetto istituzionale in grado di coordinare le sue politiche di sviluppo. Il peso preponderante della blue economy nelle dinamiche della mondializzazione, la crescente complessità della filiera logistica, l’inasprirsi delle tensioni geo-economiche chiamano in causa la difficoltà dell’Italia a dotarsi di una coerente strategia marittima. E con essa di uno strumento amministrativo capace di interpretare gli input derivanti da un settore che giocherà un ruolo di primo piano anche come volano della transizione ecologica. 

Il messaggio che arriva dal Convegno organizzato da Porto e Interporto “Un’interfaccia efficace per l’Economia del Mare” vede per una volta tutti d’accordo. Con sfumature e toni differenti le varie articolazioni del comparto marittimo italiano chiedono una governance unitaria laddove, con l’abolizione nel 1993 del Ministero della Marina Mercantile, ci si è trovati a gestire i fenomeni della “marimittizazione dell’economia” con una “burocrazia diffusa”, con competenze e compiti parcellizzati e segmentati tra più dicasteri

I risultati di questa scelta sono noti. Il Paese ha perso progressivamente la propria identità marittima con conseguenze negative sotto l’aspetto del protagonismo geopolitico e della competitività economica, proprio nel momento in cui il Mediterraneo (che nel frattempo diventava “allargato”) conquistava una centralità a livello globale. Incalzato dalla concorrenza dei porti dell’area dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, testimone passivo del nuovo protagonismo cinese, subalterno ai modelli di sviluppo imposti dal Northern Range il sistema portuale italiano vive al di sotto delle sue (enormi) possibilità

In che modo recuperare il tempo perduto? Esclusa una riedizione “copia e incolla” del vecchio ministero – con tutto il corollario delle competenze da evocare all’attuale organizzazione, la messa in piedi di una nuova struttura, il reperimento delle risorse per il portafoglio – il “laboratorio d’idee” animato dal una ventina di rappresentanti del mondo accademico, associativo e imprenditoriale ha avanzato una serie di spunti e riflessioni, punto di partenza per impostare un percorso concreto di confronto con la controparte politica. 

Il primo passo, e non è scontato, consiste nella necessità di un “salto culturale”, ancora tutto da spiccare, che metta insieme consapevolezza del peso economico della blue economy, allineamento con il quadro normativo europeo, orientato verso l’integrazione delle politiche marittime, confronto con paesi, vedi Francia e Portogallo, che si sono dotati di strumenti amministrativi ad hoc, siano essi veri e propri ministeri o dipartimenti dedicati

Sotto questo aspetto sono emerse interessanti proposte, anche sotto l’aspetto operativo, degne di essere prese in considerazione per alimentare il dibattito futuro. Tra queste, l’istituzione di un sottosegretariato presso il Consiglio dei Ministri che concentri su di sé i temi della blue economy (proposta, tra l’altro, a costo zero) e che permetta il coordinamento di tutti gli aspetti politico-amministrativi nell’ambito di una visione unitaria, sulla falsariga di quanto già avviene con il Corpo della Capitanerie di porto; il rilancio dell’iniziativa di Marevivo per la creazione di una Cabina di Regia per il mare all’interno del Comitato Interministeriale alla Presidenza del Consiglio per la Transizione Ecologica (CITE), un primo riconoscimento, in tempi brevi, verso le richieste del cluster.