Nell’ultima missione del Propeller a Dubai ha avuto modo di visitare le ZES del Paese mediorientale. Osservarne da vicino il funzionamento ha rafforzato la sua idea, «basata su ragionamenti pratici e buonsenso», che per il futuro dell’Italia occorre «una visione d’insieme e non interventi slegati». «Solo in questo modo le previsioni del PNRR contribuiranno a disegnare un futuro di sviluppo in cui la logistica gioca il ruolo che le è proprio». Riccardo Fuochi conferma anche in questo colloquio la molteplicità degli interessi e delle iniziative che lo vedono coinvolto. Tra queste un tavolo interassociativo «per creare finalmente le condizioni per un collegamento ferroviario fisso tra l’Italia e il Far East». «Polonia, l’area di Duisburg, la stessa Ungheria. In Europa i flussi di merci su ferro stanno alimentando lo sviluppo di importanti aree logistiche. In Italia, dove non mancano competenze e infrastrutture, oltre che un mercato votato all’export, si stenta ancora a mettere insieme novanta container per la formazione di un treno».

A cosa è dovuta questa mancanza?  

C’è un deficit di mentalità che riflette una problematica ben più grande. Manca una visione internazionale del business. Sembra un paradosso, soprattutto nel mondo della logistica, ma si fa ancora troppo poco per la promozione all’estero delle nostre aziende. A parte il Propeller, ma forse in questo caso sono troppo di parte, stento a riconoscere missioni di promozioni a livello internazionale del nostro sistema da parte del governo o delle associazioni di categoria.

Questione culturale o di organizzazione?

Personalmente credo che il mondo associazionistico dovrebbe uscire da una logica troppo incentrata sulle problematiche interne per favorire di più e meglio iniziative volte allo sviluppo dei flussi di traffico. Negli ultimi anni c’è stata una polarizzazione sempre più accentuata degli interessi parziali. Troppe associazioni dello stesso settore laddove servirebbe vera interlocuzione e una comunicazione unica. Invece della miriade di convegni in cui si esprimono gli stessi concetti con parole diverse preferirei dei veri “stati generali della logistica” in cui si discute in modo trasversale e poi si indicano obiettivi strategici condivisi.

La globalizzazione ha messo in crisi anche il modello di rappresentanza?

La verticalizzazione riguarda anche questo ambito. I grandi gruppi, sotto un certo punto di vista, possono anche fare a meno del mondo associazionistico: nella difesa degli interessi vale la loro massa critica. La rappresentanza serve invece alle piccole e medie aziende che tra l’altro rappresentano il principale tessuto produttivo del Paese. E proprio a partire dalla consapevolezza di questa divaricazione che servirebbe un salto di qualità. La frammentazione eccessiva contribuisce ad alimentare l’inefficienza del sistema.

Un fenomeno ben conosciuto nell’ambito operativo…  

È indubbio che i processi di concentrazione penalizzino le PMI. Ma la pandemia ha accelerato il quadro, facendo emergere fenomeni inediti. Nel mercato stanno entrando con tutto il loro peso player che erano stati considerati fin qui clienti della logistica e che hanno intrapreso la strada della completa autarchia con gestione diretta di flotte e centri logistici. Le condizioni economiche per le realtà che non rientrano in questa logica diventano sempre più difficili. Discorso simile per le piattaforme aperte dei cosiddetti “spedizionieri virtuali”. Dietro l’offerta dei servizi c’è una raccolta di miliardi di dati che un giorno potrebbero essere usati per fare concorrenza all’attività di chi attualmente ne sta usufruendo.

Come difendersi?

Puntare su sistemi di aggregazione potrebbe garantire il giusto accesso al mercato. E non sto parlando di fusioni o alleanze tra aziende. Sfruttando le tecnologie digitali si potrebbero realizzare sistemi informatici o piattaforme basate su linee guida orientate alla valorizzazione della qualità. Questo contribuirebbe a superare gli “eccessi delle economie di scala”, il deterioramento dei servizi emerso nell’ultimo periodo. 

L’elenco delle defaillance, in effetti, si sta allungando…

Faccio un esempio specifico. Duemila contenitori provenienti dal Far East bloccati a Istanbul per due mesi e poi spostati al Pireo e in attesa di essere imbarcati per Genova o La Spezia. Cento giorni di ritardo nella consegna senza la possibilità di interloquire. Se la dimensione diventa esasperata si finisce con il parlare con i call center, impossibilitati a gestire la specificità dei vari casi. E se per il sistema tutto diventa statistica, e un’infima percentuale di container consegnati in pesante ritardo conta relativamente poco, per le aziende le conseguenze possono essere disastrose. Per il mondo della logistica ogni carico dovrebbe essere considerato vitale.   

Il PNRR prevede interventi da sfruttare in questa direzione?

Per quanto riguarda il nostro settore è più concentrato sullo sviluppo di infrastrutture reali. Gli stessi interventi diretti alle PMI guardano a sanare le situazioni contingenti piuttosto che a delineare una strategia organica. Anche in questo caso c’è un deficit di visione globale.    

Cosa si aspetta dal 2022?

Senza dubbio una maggiore stabilità del mercato dei noli che però non potrà arrivare se non nella seconda metà dell’anno. Molto dipenderà anche dall’andamento della pandemia e dalla chiusura o meno delle attività produttive in determinati paesi. Ad ogni modo credo che un riallineamento dei costi di spedizioni su livelli più accettabili risulterà essenziale per favorire la ripresa economica.   

Quali le prospettive per la nicchia della logistica dell’arte?

I segnali dopo il drammatico 2020 sono incoraggianti. C’è grande voglia di riprendere ma bisogna fare i conti con una legislazione nazionale nella movimentazione delle opere d’arte che è ancora troppo penalizzante. In questo contesto la nostra associazione, Logistica Arte, è riuscita a ritagliarsi un ruolo importante nella definizione dei vari dossier, compreso il tavolo interministeriale per la ridefinizione di alcune norme del comparto. L’obiettivo è contribuire al dibattito con proposte concrete. Non è un caso che nello stesso PNRR l’arte e la cultura sono considerati come temi di primaria importanza per il rilancio del Paese.

G.G.