L’idea che il mondo abbia cominciato a correre, sintonizzandosi su uno spartito differente è emersa fortemente dall’ultima edizione della Genoa Shipping Week. Complice anche la possibilità di incontrarsi in presenza, dopo quasi due anni di forzato letargo, il cluster della logistica ha ripreso la sua narrazione (non del tutto interrotta nel prosperare di webinar e dirette social), facendo emergere nettamente un cambio nel contesto di riferimento.

Il panorama è cambiato. Più ricco di stimoli e, per certi versi, inedito, ha fatto emergere la necessità di un nuovo approccio rispetto ai problemi da risolvere. Le criticità per il settore permangono. Si  stratificano. Ma di fronte ai cambi di paradigma chiamano anche all’assunzione di pose diverse. A proposte innovative e radicali. Basate su un’analisi della situazione accurata, ricca di dati, scevra di preconcetti. Soprattutto, idonee a sottrarsi alla contingenza. 

Dalla ricca messe di interventi, tavole rotonde, discussioni svolte a Genova fanno capolino spunti che vanno in questa direzione e che andranno verificati e approfonditi nel prossimo futuro. Senza pretesa di esaustività ne indichiamo alcuni.

Portualità e riforme

La promessa di “inserire elementi di sistema” nella riforma della 84/94 non è riuscita. «Tutto è andato in direzione ostinata e contraria» ha sintetizzato il presidente di Assiterminal, Luca Becce. Permangono localismo, scarsa trasparenza normativa, mancato coordinamento nell’allocazione delle risorse previste dal PNRR. Messo tra parentesi il forte impianto semplificativo della prima versione del piano strategico sulla portualità (solo sei AdSP, norme “europee” sui dragaggi, ridimensionamento del peso degli istituti territoriali) la soluzione proposta da Ivano Russo, direttore generale di Confetra, ha per lo meno il dono della chiarezza. «Espungere la portualità dalle previsioni del Titolo V della Costituzione». Sottrarre i porti dalla legislazione concorrente potrebbe permettere, in effetti, di ragionare in termini di “sistema”, superando le differenze in termini di storie organizzative e amministrative, interessi economici e sensibilità dei territori che impediscono di focalizzare le scelte strategiche dei nostri scali.

Sostenibilità e mezzi per affrontarla

La “bulimia green” rischia di risolversi nel disastro del nulla di fatto. Soprattutto se non si ha consapevolezza che i momenti di transizione sono processi graduali in cui l’adozione di certe tecnologie non ne escludono necessariamente altre. Bisogna partire dalle soluzioni già pronte e mature, esempio tipico: il GNL, in attesa che quelle realmente a impatto zero possano raggiungere il necessario grado di efficienza. Il futuro dei combustibili marittimi a beve-medio termine potrebbe essere “modulare”. Fonti fossili meno impattanti, nei porti, uso delle vele in mare aperto, dispositivi ibridi ed elettrici in aree Eca. Insomma, sostituire “aut-aut” al “et-et”.

Rappresentatività

Inutile indagare se la proliferazione di sigle di categoria sia causa o conseguenza della scarsa attenzione della politica ai problemi della logistica. La polarizzazione delle posizioni, l’incapacità di mediare gli interessi settoriali è alimentata anche dai grandi fenomeni a livello mondiale. Ma a differenza degli altri paesi “logisticamente evoluti” in Italia non si capisce, o si fa solo finta, che la proliferazione dei soggetti comporta solo irrilevanza strategica. Luca Becce ha proposta la creazione di federazioni più ampie, contenitori che, nel rispetto delle differenze dei legittimi interessi, siano caratterizzati dall’individuazione dei temi su cui far sistema. Considerando le lamentazioni contro l’indifferenza della politica, non una cattiva idea.