Secondo i dati pubblicati dall’Unione Europea nel 2020, nel complesso della Blue Economy - un macro settore che comprende tutte le attività legate al mare e che, a livello europeo, misura in valore aggiunto, 218,3 miliardi di euro e dà lavoro a 5 milioni di occupati - il trasporto marittimo ha contribuito con il 16,3% del valore aggiunto e l’8,2% dell’occupazione, generando un valore per occupato doppio rispetto alla media dei sei settori appartenenti alla Blue Economy. 


A tali risultati l’Italia ha contribuito mediamente per il 10,7%, con 525.200 addetti, un fatturato di 80,3 miliardi di euro e un valore aggiunto di 23,4 miliardi. Ha inoltre contribuito con il 2,3% ai posti di lavoro nazionali e con l’1,5% al valore aggiunto nazionale. 


Sono alcuni dei risultati emersi dal primo rapporto “Shipping Industry Italia 2020” di Nomisma che pone particolare attenzione sugli impatti moltiplicatori diretti, indiretti e indotti associati alle medesime, ivi compresi quelli attivati col sostegno dello Stato. Il rapporto analizza, in particolare, l’aiuto dello Stato italiano al trasporto e alla occupazione marittima in un quadro di coerenza europea a favore della competitività della sua Shipping industry, mettendola così al riparo dalla concorrenza di paesi con bassa imposizione fiscale e ridotta o assente protezione sociale del lavoro, e delinea, attraverso una valutazione che utilizza la modellazione input-output, i vantaggi che la società civile e l’economia del Paese traggono dal regime di aiuto.


Il contributo all’economia italiana in termini di produzione, occupazione e risparmio di costi esterni
In termini di produzione e occupazione, il settore marittimo nel complesso (merci e passeggeri), fino a prima della pandemia ammontava in Italia a 12,670 miliardi di euro a fronte di 48.807 posti di lavoro (che per effetto delle rotazioni degli equipaggi significa un coinvolgimento ogni anno di oltre 66 mila lavoratori). Tali dimensioni riguardano la Shipping Industry in senso stretto, e non l’intero cluster marittimo, che secondo gli ultimi dati pubblicati dall’UE nel nostro Paese genera un valore aggiunto pari a 35,6 miliardi di euro con 408 mila occupati.
E’ inoltre del tutto rilevante il contributo ambientale del trasporto marittimo di corto e medio raggio, nella sua funzione di alternativa alla modalità stradale. Si stima infatti che la quota di veicoli-km sottratti al trasporto stradale sulle tratte nazionali abbia generato nel solo anno 2017 un risparmio in costi esterni pari a 264 milioni di euro, in termini di inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, incidentalità, congestione e rumore.


L’impatto dell’aiuto alla Shipping Industry
Dai risultati del Rapporto emerge che il sostegno pubblico alla Shipping Industry viene ampiamente restituito alla collettività anche, e soprattutto, attraverso l’impatto economico e occupazionale che il settore del trasporto marittimo genera su tutta l’economia. Come emerge dai risultati dell’analisi Input-output, proprio la Shipping Industry italiana, che è rimasta tale grazie al sostegno dello Stato, è caratterizzata da una forte capacità di attivazione sull’economia grazie ad un coefficiente elevato (pari a 2,97, il che significa che per ogni euro investito in questo settore se ne generano circa il doppio nel complesso dell’economa nazionale). A fronte, quindi, di una produzione diretta di 12.670 milioni di euro, nel 2019 lo shipping italiano ha generato sull’intera economia un impatto complessivo di 37.630 milioni di euro (dei quali 18,5 mld si devono agli effetti indiretti e 6,4 mld sono riconducibili all’indotto). L’impatto complessivo attivato dalla Shipping Industry rappresenta circa il 2,1% del PIL italiano. E forte è anche l’attivazione nel campo occupazionale, il settore, infatti, oltre alle 48.800 unità lavorative annue (ULA) direttamente impiegate riesce ad attivarne altre 129 mila nei comparti collegati. E’ inoltre del tutto rilevante il contributo ambientale del trasporto marittimo di corto e medio raggio, nella sua funzione di alternativa alla modalità stradale. Si stima infatti che la quota di veicoli-km sottratti al trasporto stradale sulle tratte nazionali abbia generato nel solo anno 2017 un risparmio in costi esterni pari a 264 milioni di euro, in termini di inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, incidentalità, congestione e rumore. Sempre in termini di ritorno dell’investimento, lo Stato, se da un lato sostiene dei costi per salvaguardare l’industria nazionale e l’occupazione del trasporto marittimo, dall’altro ottiene ricavi diretti costituiti dal gettito proveniente dal settore: attraverso l’attivazione diretta, indiretta e indotta del sistema economico nazionale il settore del trasporto marittimo, nel 2019, ha generato versamenti nelle casse dello Stato per 326 milioni di euro di imposte per tacere del ruolo di primo piano che la Shipping Industry gioca nel garantire l’introito di circa 1,5 miliardi di euro costituiti dai dazi sulle merci imbarcate e sbarcate nei porti nazionali. 


Ma anche limitandosi al semplice ritorno economico dagli sgravi contributivi garantiti al personale di bordo delle navi che beneficiano dell’aiuto di stato, si può facilmente rilevare un saldo attivo per lo Stato. Si può stimare, infatti, che i 23.639 marittimi imbarcati (dati 2018) diano luogo a una produzione diretta, indiretta e indotta pari a 14,6 miliardi di euro e attivino all’incirca altri 62 mila occupati lungo tutta la filiera dell’economia.


Le prospettive dell’estensione del regime di aiuto alle navi europee

Partendo da questi presupposti il rapporto analizza anche i prevedibili impatti della estensione del regime di aiuto imposta dalla Commissione europea. Con la sua decisione C (2020) 3667 dell’11 giugno 2020, la Commissione ha infatti approvato, fino alla fine del 2023, la proroga delle misure italiane di sostegno del settore del trasporto marittimo cd. internazionale richiedendo tuttavia una serie di adeguamenti, il più importante dei quali è l’estensione dei benefici a tutte le navi che battono bandiera di un Paese dell’UE o dello Spazio Economico Europeo (SEE). Una condizione che potrebbe favorire l’aumento dell’occupazione marittima italiana con importanti ricadute positive anche sull’economia nazionale. Si creerebbero, infatti, nuove occasioni di lavoro soprattutto nel mondo delle crociere, settore nel quale il personale italiano - sia quello impegnato nelle attività prettamente marittime a bordo, sia quello dedicato ai servizi accessori assunto da imprese di gestione navale - è molto ricercato dalle compagnie internazionali che gestiscono oltre il 95% della flotta mondiale e che hanno ed avranno sempre di più nelle loro flotte, navi battenti bandiera della Unione o dello Spazio Economico Europeo. A titolo di esercizio, nel rapporto si è stimato quale sarebbe l’impatto di un incremento del 10% dei marittimi oggi beneficiati dall’aiuto, tenendo conto del costo medio della agevolazione pro capite. 


A fronte di un costo per lo Stato di circa 36,5 milioni di euro per 2.360 nuovi occupati, vi sarebbe una prevedibile attivazione della produzione nazionale lungo tutta l’economia pari a circa 1,5 miliardi di euro. Analogamente, gli occupati aggiuntivi attiverebbero ulteriori circa 6.200 ULA per un totale di circa 8.600 nuovi occupati. Si stimano poi in circa 106,4 milioni di euro i redditi lordi che sarebbero generati nel complesso, con una ricaduta sulla capacità di spesa delle famiglie coinvolte pari a 62,5 milioni di euro, oltre a quanto destinato a risparmio. Il tutto senza considerare l’esistenza di una posizione contributiva attiva a fronte di una inattività lavorativa o di un salario pagato da armatore straniero nell’ambito di un rapporto di lavoro retto da regole contributive nulle o di risibile valore.

Francesco S. Salieri