La Fondazione Italia Cina ha presentato il rapporto “Il ruolo delle PMI nelle relazioni fra Italia e Cina: analisi di scenario e indicazioni di soci e imprese”, elaborato dal suo Centro Studi per l’Impresa (CeSIF). Lo studio si interroga sulle opportunità di cooperazione economica tra i due paesi in epoca post Covid-19, attraverso lo sguardo delle piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale della produzione industriale in entrambe le realtà economiche. Le PMI in Cina valgono il 60% del Pil, l’80% dell’occupazione urbana e l’80% delle esportazioni. Allo stesso modo, il 96,5% delle aziende italiane che esportano in Asia Orientale sono PMI per un peso del 50,2% del valore delle esportazioni.

Il contesto di riferimento in cui si inserisce l’analisi è quello dell’interscambio fra Italia e Cina caratterizzato – soprattutto sulla rotta verso Oriente – da una forte specializzazione in prodotti altamente tecnologici o ad alto contenuto creativo, come nel caso dei prodotti del settore moda.

“L’analisi geografica a livello locale e internazionale dei flussi di export consente di rilevare il forte sbilanciamento verso le regioni settentrionali, una circostanza in linea con le condizioni economiche nazionali,” sottolinea l’indagine. “Allo stesso modo, in Cina la concentrazione delle PMI è maggiore nelle province costiere, che da decenni sono il traino della crescita economica cinese. Tuttavia, il dato sulle esportazioni delle regioni italiane verso la Cina risulta ancora limitato rispetto alle performance delle corrispondenti aree in Francia e Germania”.

Se nel 2000 l’interscambio si attestava attorno ai 9 miliardi di euro, nel corso di un decennio è quadruplicato per poi raggiungere – secondo i dati Istat – il valore di 44 miliardi di euro nel 2019. “La quota più consistente è quella delle importazioni da Pechino (31,6 miliardi) a fronte di quasi 13 miliardi di esportazioni che fanno della Cina il nono mercato di esportazione italiano con un peso del 2,7% sul totale. Il dato dell’export è rimasto pressoché stabile negli ultimi anni nonostante una forte oscillazione nel settore automotive, che ha conosciuto il picco nel 2017 con 1,8 miliardi di euro per poi calare a 642 milioni di euro nel 2019”.

Tra le regioni italiane che trainano maggiormente l’esportazione di prodotti italiani in Cina – e rappresentano da sole circa l’80% dell’export – si riconferma il primato della Lombardia con 4,33 miliardi di euro, al secondo posto l’Emilia-Romagna con 2,06 miliardi, dopodiché il Veneto con 1,48 miliardi, il Piemonte con 1,45 miliardi e, infine, la Toscana con 1,15 miliardi di euro. A livello provinciale si riconferma Milano come la prima provincia dell’export in Cina per 2,36 miliardi di euro, ovvero il 18% dell’export totale.

“Nel 2019 i settori con la quota maggiore di esportazioni cinesi in Italia sono stati i macchinari e le apparecchiature elettriche (6,7 miliardi di dollari), i macchinari e tecnologia nucleare (5,9 miliardi di dollari), il tessile (4,7 miliardi), i metalli e gli articoli in metallo (3,1 miliardi), la miscellanea e gli articoli generici (2,4 miliardi) e, infine, i prodotti chimici (2 miliardi). Per quanto riguarda l’export italiano in Cina, nel 2019 i settori trainanti sono stati i macchinari e tecnologia nucleare (5,1 miliardi di dollari), i prodotti chimici (3,3 miliardi), il tessile (2 miliardi), gli articoli in pelle e cuoio (1,9 miliardi), i mezzi di trasporto (1,1 miliardi) e, infine, macchinari e apparecchiature elettriche (1,2 miliardi)”.

Nella seconda parte dello studio sono invece raccolte le risposte di un questionario che è stato sottoposto ad oltre 180 PMI, rappresentative di diversi settori e diversi ambiti geografici.

Un’ampia maggioranza del campione considera la Cina soprattutto “come mercato di sbocco per i propri prodotti, preferendo questa opzione all’indicazione della Cina come sede per la produzione di prodotti a basso costo”. “Sebbene il prezzo inferiore sia individuato ancora come una delle ragioni della forza competitiva di aziende cinesi presenti nello stesso settore, nel questionario viene attribuita poca importanza alla possibilità di spostare la produzione in Cina per andare incontro a minori vincoli ambientali o contrattuali”. Il dato conferma la transizione in corso dell’economia cinese da “fabbrica del mondo” a mercato di consumo così come la sostanziale fiducia nelle prospettive di crescita della Cina nei prossimi cinque anni.

“Una visione positiva della Cina come opportunità è certificata non solo da una domanda specifica sul dualismo opportunità/minaccia quanto soprattutto dalla piena apertura di credito manifestata nei confronti della Belt and Road Initiative, per la quale prevale una netta maggioranza che valuta positivamente l’iniziativa e afferma di essere interessata a un maggior coinvolgimento”.

Elemento di particolare interesse è inoltre la propensione positiva mostrata dalla maggioranza degli interpellati rispetto alla possibilità di aprire collaborazioni con aziende cinesi nel momento di ingresso nel mercato locale. Testimonianza di “consapevolezza da parte delle aziende italiane della difficoltà nel penetrare una realtà così complessa”.

“Una ulteriore possibilità, attualmente solo sfiorata dalle risposte al questionario, è l’ingresso in Cina insieme a partner europei. Tale circostanza potrebbe risultare di sempre maggiore appeal in considerazione della forte attenzione che in ambito europeo si sta dedicando alle relazioni con Pechino, come dimostra la firma del Comprehensive Agreement on Investment”.

Sulla base dell’analisi del contesto e delle risposte emerse dal questionario sono avanzate una serie di raccomandazioni che si possono applicare alle imprese e alle istituzioni italiane da un lato e alle imprese e alle istituzioni cinesi dall’altro.

Tra queste il miglioramento della presenza digitale, attraverso investimenti “nel proprio posizionamento nei canali dell’e-commerce con una specifica attenzione all’ecosistema digitale della Repubblica popolare cinese”; il miglioramento nell’accompagnamento, con il valore positivo riservato all’investimento in formazione e in informazione “sia nelle fasi preliminari all’ingresso in Cina sia nel corso dell’attività per non incorrere in errori di valutazione che potrebbero inficiare le possibilità di successo”; la capacità di entrare nel mercato attraverso partnership nazionali o internazionali, “come miglior risposta agli ostacoli culturali e dimensionali nell’accesso”; il rafforzamento del bagaglio di competenze linguistico/culturali, della competitività del sistema e del coordinamento a livello europeo.

Sul versante cinese emerge una forte attenzione verso le questioni della tutela della proprietà intellettuale e della necessità di creare piattaforme di matchmaking per la percezione di doversi muovere “in un mercato difficile da affrontare, non solo per le barriere linguistiche e culturali, ma per la difficoltà nel muoversi in un contesto geografico e normativo diverso da quello italiano”.

Importante anche la necessità di una maggiore capacità di proiezione imprenditoriale. “Il 2020 è stato l’anno dell’entrata in vigore della Nuova Legge sugli investimenti stranieri, ma il suo impatto è di difficile valutazione a causa della crisi pandemica. Per recuperare il tempo perso potrebbe essere opportuno promuovere un’azione informativa sulle opportunità che si stanno sviluppando. Allo stesso tempo, potrebbe senza dubbio riscontrare il favore delle aziende italiane il prosieguo dell’azione di apertura di nuovi settori agli investimenti stranieri anche all’interno di accordi bilaterali sovranazionali”.