Il recente assassinio del nostro Ambasciatore a Kinshasa è l’ultima conferma delle difficoltà che l’Italia incontra nel rapportarsi con le Nazioni di quello che un tempo veniva chiamato “il Continente Nero”. A parte le nostre velleitarie avventure coloniali, e le loro conseguenze per i nostri emigrati, tutti prima o poi espulsi senza riguardi, basterà gettare uno sguardo veloce agli ultimi sessant’anni per scoprire che la lista delle nostre perdite umane, per mano di assassini o per coinvolgimento in scontri armati, per non parlare dei casi di rapimento, è ormai notevole.

A questi atti di rivalsa si aggiunge, ormai da vari decenni, un uso a dir poco disinvolto della crudele “arma immigratoria”, che non mette in difficoltà solo noi, ma anche un gran numero di Nazioni europee, costringendo l’Europa a trovare un precario equilibrio tra gli ideali umanitari, il vantaggio di disporre di una manodopera a basso costo, e la sicurezza sociale delle nostre popolazioni.

Naturalmente, situazioni analoghe, se non peggiori, si sono verificate per altri Paesi europei, e non solo. Persino la Cina può annoverare un numero di morti in Africa significativo, nonostante abbia ripreso da pochi anni i tentativi di stringere legami economici con i Paesi del continente, dopo molti secoli di isolamento auto-imposto, e lo stia facendo, come vedremo tra poco, in modo molto “soft”.

Dobbiamo quindi capire che, nonostante molti “vogliano bene” agli Italiani da quelle parti, il contesto è talmente complesso, per cui c’è qualcosa che ci sfugge e che ci rende oltremodo vulnerabili. Questo è valido non solo per i nostri servitori dello Stato, come nel triste caso di Goma, ma anche per la moltitudine di nostri generosi giovani (e meno giovani) volontari di ambo i sessi che operano in Africa nelle ONG o in attività imprenditoriali.

Non va dimenticato, poi, che negli ultimi anni, e ultimamente anche a causa della pandemia, il livello di tensione mondiale si è alzato in modo preoccupante, e lo stesso vale per l’instabilità interna alle Nazioni, specie quelle più povere: quando le risorse sono scarse, sempre più persone si adeguano all’antico proverbio latino “Mors tua, vita mea”, e ne fanno una bandiera sia nei rapporti internazionali, sia nelle questioni interne, specie in Paesi dove è notevole la differenza tra classi sociali e le etnie esistenti. Se questo è vero a livello generale, lo è a maggior ragione in Africa!

È proprio il problema dei conflitti interetnici, in un continente la cui geografia politica non corrisponde, se non in minima parte, alla distribuzione territoriale delle etnie, il primo motivo di preoccupazione per la sorte dei nostri connazionali, oltre ad essere fonte di debolezza per le comunità locali.

Se andiamo indietro nel tempo, infatti, scopriremo che l’asiento, la tratta degli schiavi, non era altro che lo sfruttamento, da parte dei Paesi europei e dello stesso Impero Ottomano, della volontà di alcuni potentati africani dei secoli passati, di perpetrare pulizie etniche, guadagnandoci sopra, grazie alla vendita di intere tribù nemiche, sconfitte in battaglia.

In epoca coloniale, poi, le Potenze occupanti avevano utilizzato queste profonde spaccature nel corpo delle società africane privilegiando alcune etnie, e facendone i guardiani del loro potere, a scapito di altre. La fine dell’era coloniale ha portato con sé rappresaglie feroci, spesso degenerate in genocidi, a danno di chi aveva collaborato con l’odiato occupante.

Questi conflitti durano ancora, e sono un misto tra tentativi di secessione, da parte di alcune etnie oppresse, e vere e proprie invasioni – di solito usando milizie – da parte di altre Nazioni, specie per impossessarsi di aree ricche di risorse naturali. Questi scoppi conflittuali appaiono, in tempi diversi, ora qua, ora là nel continente, e non si può più dire che siano limitati ad alcune parti dell’Africa. Anche in questo caso, la lista dei conflitti interafricani è lunga e comprende molti episodi tragici. Ciò che sta accadendo nel nord dell’Etiopia ne è solo l’esempio più recente.

In questa situazione conflittuale non poteva mancare la diffusione della pirateria e, nelle acque territoriali, della rapina armata in mare, due modi per lucrare dal commercio internazionale marittimo. Questa piaga si è manifestata prima nel Corno d’Africa e ora nel Golfo di Guinea, e costituisce un freno notevole alle possibilità, per i Paesi africani, di godere dei frutti (legali) dei traffici marittimi.

Non si deve, infine, tralasciare la crescente presa che l’estremismo e l’integralismo islamico esercitano sulle popolazioni africane. Organizzazioni estremiste, come al Qaeda e lo Stato Islamico, stanno facendo proseliti in varie parti del continente, e si associano spesso a potenti gruppi criminali, per autofinanziarsi. Alcuni Stati arabi integralisti, poi, praticano una strategia di penetrazione, al tempo stesso, finanziaria e culturale, quest’ultima basata su scuole in cui si insegna esclusivamente la lingua araba.

In questo quadro così movimentato, l’unico sentimento diffuso tra la maggioranza delle popolazioni africane è la diffidenza – e in alcuni casi l’odio – per gli stranieri che li hanno vessati e che, oggi, sfruttano le ricchezze del continente. Si è creato, quindi, da tempo, un rapporto ambivalente tra il mondo sviluppato e quello africano: da un lato, i governi dell’Africa sono consapevoli di non poter fare a meno dei finanziamenti, della tecnologia e del savoir faire che si sono accumulati negli altri continenti; dall’altra, quando possono sbarazzarsi dell’incomoda presenza altrui, lo fanno con una disinvoltura a dir poco sconcertante.

In questo contesto di violenze e di disordine, si può ben dire che un “rischio Africa” è sempre esistito.

Allora, perché tutti i Paesi sviluppati, Italia compresa, continuano a penetrare l’Africa, spesso in competizione tra loro, senza prendere precauzioni per limitare le perdite umane? È presto detto: l’Africa è un forziere ricco di ogni ben di Dio, e le sue risorse minerarie, agricole ed energetiche fanno gola ai più.

Questo insieme di pericoli e di ricchezze ha portato ad approcci diversi, da parte di Stati sviluppati e di imprese, siano esse a carattere uni-nazionale o multinazionale. Anzitutto, molte compagnie, specie quelle anglo-americane e francesi, hanno impartito alle loro attività estrattive, industriali e agricole, un carattere orientato ai profitti a breve termine: la consapevolezza che esse potrebbero essere cacciate da un momento all’altro le porta quindi a non investire sul lungo periodo, ma di cercare di recuperare gli investimenti fatti nel più breve tempo possibile.

A questo approccio – ritenuto, a torto o a ragione predatorio - se ne contrappone un altro, più “buonista”, che prevede investimenti non solo a fini di profitto, ma anche per garantire alle società locali un livello di benessere sia pure relativamente elevato, e per creare, mediante la costruzione di infrastrutture, situazioni di prosperità sempre maggiore. Si è passati, ad esempio, dall’invio, nelle zone in cui si opera, della totalità di operai stranieri a un sempre più ampio coinvolgimento della manodopera locale, cui si somma, in alcuni casi, la concessione di alloggi e la costruzione di infrastrutture che migliorino la qualità di vita degli impiegati e degli operai, nello stile nord-europeo d’inizio del XIX secolo.

Questa strategia, che pone gli interlocutori a livello paritario, sembra rivelarsi vincente, almeno quasi sempre, tanto che anche la Cina, negli ultimi tempi, sembra si sia adattata a questa linea d’azione.

Vi sono, però, reazioni di rigetto, anche in questi casi, non solo per le reazioni negative di alcuni governi africani, infastiditi dalle attività illegali che accompagnano i movimenti di lavoratori stranieri, ma anche per il crescente odio delle popolazioni locali dovuto ai comportamenti di questi operai, ritenuti offensivi. Né le multinazionali né tantomeno la Cina, infatti, possono illudersi di inviare solo angeli a costruire infrastrutture in terra africana, e questo aumenta il rischio di rappresaglie a carattere popolare.

Un altro motivo che rende precaria anche la strategia “soft” della Cina in Africa è legato al latente risentimento dei governi e delle opinioni pubbliche locali per il fatto che gli accordi intergovernativi, oltre a prevedere la costruzione di quelle infrastrutture di cui i Paesi africani hanno tanto bisogno, includono una serie di clausole stringenti a favore della Cina. Quindi, neanche il governo di Pechino può essere considerato il “Buon Samaritano” dell’Africa.

Non che le Organizzazioni Internazionali siano riuscite a perseguire una strategia più efficace. L’ONU mantiene un profilo basso, nelle sue missioni in Africa, memore dei rovesci e delle gravi perdite umane subite negli scorsi decenni, perdite che continuano, sia pure a ritmo ridotto, almeno per ora.

L’Europa, poi, aveva per anni concesso finanziamenti, senza sorvegliare l’uso che ne veniva fatto. Secondo alcune fonti, infatti, tra il 1960 e il 2000 sono stati concessi aiuti a fondo perduto per 400 miliardi di dollari, ma queste somme si sono disperse in mille rivoli, e non hanno contribuito a un vero sviluppo del continente.

Solo di recente, ogni finanziamento da parte dell’UE è stato legato a un preciso progetto, con la concessione dei fondi in tranche, da sbloccare in relazione al suo avanzamento. Dare soldi, infatti, senza guardare dove questi vanno a finire, abitua solo a sperperarli: non a caso, il debito pubblico di molti Stati africani è cresciuto a dismisura, anziché diminuire, per effetto della crescita del PIL, conseguente agli investimenti finanziati dall’estero.

Va poi ricordato che, sul piano geopolitico, da anni gli Stati Uniti, nel tentativo di ridurre i loro impegni internazionali, insistono affinché l’Europa si faccia carico, in misura maggiore, della sicurezza e della stabilità dell’Africa. La scarsa risposta europea ha indotto in governo di Washington a creare un Comando di area, l’AFRICOM, che si occupa, insieme ad alcuni alleati europei, di addestrare le forze armate e le polizie di alcuni Paesi, nella speranza di creare una situazione di sicurezza auto-gestita. Il fatto, però, che AFRICOM sia basato in Germania la dice lunga sulla valutazione, da parte degli USA, sulla situazione securitaria del continente.

Detto questo, è lecito porsi la domanda se l’Italia – e, in generale, l’Europa – si siano messe in condizione di gestire il “rischio Africa” in modo efficace. Da parte dei nostri governi, è stato ridotto il numero delle Rappresentanze diplomatiche all’estero, specie quelle consolari, anche se, recentemente, sono state aperte alcune nuove Ambasciate in Africa.

Il problema che i nostri governi devono affrontare, è la decisione di quanto sia possibile ridurre la dispersione delle risorse tra le numerose Nazioni del continente, senza che le nostre Rappresentanze siano tropo deboli sul piano securitario, per carenza di addetti alla sicurezza. Si tratta, in effetti, di ben 55 Paesi, tutti membri dell’Unione Africana, oltre un quarto delle 193 Nazioni che hanno aderito all’ONU.

In favore di una nostra presenza diplomatica diffusa, però, gioca il fatto non secondario che vi siano nostri connazionali dappertutto nel mondo, dalla Patagonia alla Siberia, e sono numerosi coloro che si sono stabiliti in Africa. Questi Italiani sono, oltretutto, una non trascurabile fonte di entrate per il nostro erario, e meriterebbero protezione e assistenza, cosa che il nostro Paese non può certo assicurare da solo a tutti.

È ben vero che, finora, quando ci siamo rivolti a Paesi amici o a Organizzazioni Internazionali, abbiamo sofferto, talvolta, amare delusioni, e il caso di Goma ne è l’ultimo esempio. Ma non c’è alternativa a perseguire un’unione delle forze, cercando sinergie almeno all’interno dell’Unione Europea. Stiamo assistendo altri Paesi Membri nel Sahel e nel Golfo di Guinea, ed è logico porre il problema a Bruxelles, per far sì che le sinergie vadano anche a nostro beneficio.

Anni fa, un nostro prestigioso Ambasciatore a Washington, quasi scherzando, disse che le Ambasciate nazionali in molti Paesi terzi sarebbero state sostituite da Ambasciate dell’Europa. La costituzione di Rappresentanze europee, su base multinazionale, almeno a livello consolare, oppure la creazione di comprensori protetti per le Ambasciate europee – simili all’area verde di Baghdad - potrebbe alleviare la difficoltà che noi incontriamo nel “coprire” tutto il territorio africano, e questo potrebbe essere un primo passo anche per creare l’immagine di un’Europa più efficace, a beneficio dei nostri concittadini che operano in quel continente.

 Amm. Sq. Ferdinando Sanfelice di Monteforte