La firma del RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) tra Repubblica Popolare di Cina, Giappone, Sud Corea e i paesi dell’ASEAN ha, nel novembre 2020, dopo otto lunghi anni di difficili e complessi negoziati, non solo sancito la creazione in Asia della più grande zona di libero scambio mondiale ma anche, di fatto, consolidato il dominio economico cinese nell’area del Pacifico. Così, Pechino si è assicurata comunque la predominanza nei confronti dei Paesi che ne sono entrati a far parte, in alcuni casi costretti per motivi prettamente economici più che per una reale volontà di adesione (Corea del Sud e Singapore, ad esempio).


Ma il RCEP, e questo non viene quasi mai sottolineato, non comprende né gli Stati Uniti, né l’India.
Quest’ultima è, ovviamente, la più direttamente coinvolta nella concorrenza con la Cina nella vasta area dell’Indo-Pacifico, dove non solo difende la propria indipendenza, ma assicura il sostegno ai regolamenti internazionali di libertà, di traffico e di movimento, mentre il Dragone ormai da tempo tenta di circondarla proprio via mare.


Peraltro, alla fine dello scorso anno, alla firma del RCEP ha fatto immediatamente seguito l’accordo detto Comprehensive Agreement on Investment (CAI) tra Cina e Unione Europea. Due colpi magistrali.  Nel caso europeo il trattato, sostenuto dall’asse franco-tedesco, per anni nei suoi termini tenuto nel più rigoroso segreto nei confronti dei cittadini del vecchio continente, è stato firmato, guarda caso, proprio durante gli ultimi giorni di presidenza tedesca della UE e tre settimane prima del giuramento di Biden.


E’ inevitabile, quindi, che l’asse tra Stati Uniti e India diventi sempre più stretto, soprattutto per contrastare il dominio cinese dell’Indo-Pacifico che, in sostanza, inizia dalle coste Est Africane per spingersi fino all’Oceano vero e proprio, dove la parte cruciale è, appunto, quella intorno al sub-continente indiano.


Come sappiamo, l’Oceano Indiano è il terzo per superficie, raccoglie un quarto delle acque del globo e quasi l’80% delle rotte marittime e di commercio di petrolio, materie prime e manufatti vi transitano tra Est Asia, Medio Oriente, Africa e America del Sud e del Nord.
La Cina non ha territori nell’Oceano Indiano, ma utilizza il passaggio diretto attraverso il Pakistan con il porto di Gwadar da un lato e le basi nelle isole e nei Paesi alleati del sud est asiatico, contenute dalla Belt and Road Initiative. Ufficialmente, ha un’unica base militare a Gibuti, che praticamente controlla l’ingresso verso il Canale di Suez nella stretta di Bab el Mandeb, quindi il passaggio delle rotte verso l’altro interlocutore dell’Indo-Pacifico, ovvero il Mediterraneo e l’Europa.


La Cina, che negli ultimi venti anni ha molto puntato al passaggio terrestre a nord, conosce e teme le proprie debolezze strategiche nell’Oceano Indiano, anche se analisti e ministri cinesi hanno sempre dichiarato che l’obiettivo della Repubblica Popolare è solo quello dello sviluppo della BRI e delle vie di comunicazione marittima, senza altri intendimenti di potere o di controllo militare.
Ma l’importanza dell’Oceano Indiano, come abbiamo capito, è forte anche per l’Europa. Una grande parte della crescita economica mondiale si aspetta proprio nell’area del Golfo, in Africa e nei traffici sia energetici, sia manifatturieri con l’India e i paesi dell’Asia meridionale.


L’Italia, ad esempio, importa da quel mare oltre il 70% del pesce da noi consumato. Lunga è la tradizione di collaborazione della nostra penisola nei settori delle costruzioni di imbarcazioni cargo, pesca, navi militari e da crociera, destinate alle flotte dei Paesi della cosiddetta IOR – Indian Ocean Region che, considerati i nuovi assetti provocati dai Trattati appena citati, otterrà la inevitabile estensione di quello che possiamo definire il Mediterraneo allargato.
Gestire questi nuovi collegamenti, transiti e alleanze significa per l’Italia garantire anche la propria sicurezza energetica, nonché nuova propulsione per un settore per noi vitale come il marittimo e il navale.


Vi è anche una parte relativa alla sicurezza, con la Indian Ocean Rim Association  IORA, formata dal raggruppamento dei Paesi che vivono e commerciano sull’Oceano Indiano (esclusi ovviamente Cina e Pakistan) e il cui obiettivo sono la garanzia della libertà di traffico e la sostenibilità di tutti i processi in atto nell’area. IORA si sta, così, trasformando in una Agenzia non solo a sfondo militare, ma anche con una “Blu Agenda”, ecologica e green.


Per l’Italia entrare a pieno titolo è, alla luce di quanto appena espresso, realmente fondamentale. Di questo è stato discusso nel meeting India Italia del 2020 e le trattative proseguiranno nei lavori del G20 a presidenza italiana, che passerà il testimone proprio a quella indiana.
Il 4 gennaio 2021, nel discorso di apertura dell’Agenzia IORA, Rajnath Singh, Ministro della Difesa Indiano, ha fortemente sottolineato la necessità di mantenere ferme le regole internazionali, evitando aggressioni, prepotenze e intromissioni. Ha altresì aggiunto che l’India mira ad esserne il garante, certo in collaborazione con gli altri Paesi interessati, per contrastare traffici di essere umani, droga, pirateria e fornire assistenza diretta in caso di disastri naturali e climatici.


L’Italia è quindi chiamata a una nuova strategia per l’Indo Mediterraneo. Va da sé che un tale compito sia essenziale e determinante anche per la ripresa economica del nostro Paese, ed è ora che venga definitivamente compreso che a tale scopo occorre istituire un Ministero del Mare.
Le opportunità nazionali di ampliare i rapporti commerciali con l’area dell’Oceano Indiano serviranno a compensare lo sbilanciamento nelle esportazioni che contraddistingue l’Italia ormai da un quarto di secolo verso i Paesi Europei (in particolare la Germania), con un nuovo rapporto di partnership verso l’India e una conseguente rinnovata alleanza con gli Stati Uniti.

Arduino Paniccia
ASCE Scuola di Competizione Economica Internazionale
 di Venezia
Vas Shenoy - Associazione Sakshi, Napoli