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GENNAIO 2020 PAG. 42 - Trump, Soleimani e la crisi iraniana



Indubbiamente il mondo è stato scosso dalla notizia dell’azione americana del 3 gennaio finalizzata all’uccisione del generale Soleimani capo della Niru-ye Qods, corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione direttamente studiata per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Così il nuovo anno ha esordito con i mass media e i social pieni di articoli, spesso infuocati, che tentano di decodificare le ragioni e le motivazioni, ma soprattutto le conseguenze di questo evento già consegnato alla storia per la sua importanza e per i suoi possibili sviluppi. Un vero e proprio tsunami mediatico al quale è susseguito un vero e proprio tam-tam sui social network. Ora al di là delle molteplici versioni ed interpretazioni è opportuno considerare l’accaduto e la sua estrema complessità sradicandolo dal mero contesto geografico iraniano o al più da quello medio orientale. Per cui cercheremo di dare una lettura un po’ più articolata da quelle comparse in questi giorni considerando l’intervento americano come un gesto non improvvisato, ma studiato a tavolino in base ad una strategia geopolitica precisa tesa ad incidere sugli eventi e gli accadimenti che si stanno svolgendo non solo nel Medio Oriente, ma anche e soprattutto nel Mediterraneo centrale e levantino. Tale analisi, che non ha alcuna pretesa di essere l’unica o meramente quella veritiera, nasce da una lettura geopolitica allargata dell’evento che lega indissolubilmente i fatti iraniani con l’ecletticità turco-russa e le nuove dinamiche nell’antico Mare Nostrum. In questo quadro interpretativo l’attacco a mezzo drone che ha determinato l’eliminazione del generale Soleimani assume quindi tutt’altro aspetto poiché paradossalmente non rivolto a scenari medio orientali, ma bensì a quelli Mediterranei. Un’affermazione che sembra paradossale, ma che cercheremo di decodificare nei suoi aspetti salienti. In questo quadro interpretativo l’incursione statunitense assume quindi un significato teso non solo a eliminare il presunto ideatore di innumerevoli attacchi iraniani contro le forze militari americane in Iraq, come ha sostenuto il Pentagono, ma anche un monito ben preciso alla Russia e alla Turchia ed i loro alleati ossia, che l’aquila americana non è disposta a lasciare la leadership mondiale nella mani di nessun altro. Quindi oltre a dimostrare una grande capacità d’intervento immediato, frutto di un enorme lavoro d’intelligence e di un surplus tecnologico notevole, ancora non eguagliato dai suoi competitors, gli Usa lanciano un monito che ha più valore strategico e geopolitico che quello della mera vendetta o della prevenzione. Una dinamica quindi che va letta in correlazione al tentativo, ormai in fase avanzata, della spartizione della Libia da parte di Erdogan e Putin che metterebbe a serio rischio la già precaria stabilità del Mediterraneo centrale e di quello orientale e che sarebbe comunque un duro colpo per il prestigio americano e per i suoi alleati in quella zona. Una spartizione della Libia tra Erdogan e Putin improntata, quindi, sul modello siriano come molto lucidamente è stato osservato dal prof. Paniccia in una recente intervista su Zero Zero News. Infatti il governo turco da diverso tempo ha pianificato il suo intervento in Libia, coinvolgendo diplomaticamente anche il governo tunisino e quello algerino. Da qui la creazione di un blocco nord africano compatto capace di consolidare la posizione turca nel Mediterraneo centrale e nel levante isolando da un lato l’Egitto, Israele e dall’altro la Grecia, Cipro e ahinoi anche l’Italia che già costretta all’isolamento politico per svariati motivi, più endogeni che esogeni, ora rischia anche quello energetico con gravi danni all’ENI. Un’alleanza strategica tesa non solo ad un vantaggio politico o economico immediato, ma più che altro intenta a modificare in modo permanente i nuovi assetti Mediterranei. Ankara da diverso tempo ha attentamente studiato e preparato le modalità per tale mossa. Già da alcuni giorni il parlamento turco ha approvato l’invio di truppe in Libia a supporto di Fayez al-Sarraj. Il disegno turco appare abbastanza semplice, mantenere libera Tripoli e consolidarsi lungo la costa. All’invio di truppe turche nell’ex colonia italiana la Russia il 5 gennaio ha provveduto ad inviare un Tu-154 che da Latakia è atterrato a Bengasi in appoggio ad Haftar. La nuova posizione turca isola l’Egitto e crea le basi logistiche anche per prepararsi ad un eventuale scontro contro l’antica terra dei faraoni. Questa possibilità, ma sarebbe più opportuno chiamarla certezza, non è sfuggita naturalmente al governo di El Cairo il quale non solo al momento ha chiesto l’embargo economico per la Turchia ai paesi arabi, ma ha organizzato una grande esercitazione anfibia a largo della propria costa. Ove mai ci fosse stato bisogno di ulteriori riprove di quanto detto appare del tutto singolare che proprio il governo di Tripoli abbia sollevato pesanti impedimenti per una tregua di qualche giorno per consentire l’arrivo dei ministri degli Esteri europei a Tripoli prevista per il 7 gennaio. In pratica le fazioni in causa rigettano anche solo un blando interessamento delle nazioni europee. Si ha comunque l’impressione che la Russia abbia lasciato il lavoro sporco alla Turchia, in fondo Putin è riuscito a coronare un sogno lungo oltre 300 anni. Infatti è da Pietro il Grande che la Russia sognava di consolidarsi oltre i Dardanelli. Neanche quella sovietica era riuscita a raggiungere tale risultato, ora, invece grazie all’accordo con la Turchia, che le consente l’uso di alcuni tra i più importanti porti mediterranei, l’alleanza con le forze di Haftar della Cirenaica (Bengasi e Tobruk) ed il possesso del porto di Sibenico questa nuova Russia sembra essersi solidamente posizionata anche nel Mediterraneo centrale. Un altro aspetto di grande interesse risiede nel recente accordo Turco-Libico per la determinazione delle rispettive ZEE (Zone Economiche Esclusive), studiata appositamente per isolare Cipro, Israele e l’Egitto dal Mediterraneo centrale e dall’Europa. Una mossa in perfetta assonanza con la nuova aggressiva politica turca nel Mediterraneo di certo concordata con Mosca. Ora non è certo nostro compito comprendere le modalità con le quali la Libia e la Turchia siano riusciti a determinare tali aree in contrapposizione ai tanti interessi delle altre nazioni interessate in quelle acque (per questo rimandiamo al bello ed esaustivo articolo dell’ammiraglio Fabio Caffio comparso su ANALISIDIFESA del 17 dicembre 2019).

È evidente la forte interconnessione ed il rapporto tra proiezione turco-russa non solo in campo militare, ma anche e soprattutto in quello energetico. Non è certo un segreto che l’Algeria, la Tunisia, la Libia e l’Egitto siano i paesi che esportano gas liquido e petrolio in Europa. L’assetto delineato in precedenza dà nei fatti un surplus politico ed economico devastante alla Russia, conseguentemente anche alla Turchia, nei confronti dei paesi europei. In pratica esse controllerebbero o condizionerebbero gran parte dei flussi energetici destinati al vecchio continente. Infatti se dal nord la Russia rifornisce il fabbisogno di energia dei paesi del nord Europa con i due gasdotti Nord Stream I e Nord Stream II (la recente apertura di quest’ultimo, che va da Ust-Luga in Russia a Greifswald in Germania, ha comportato la ferma reazione di Washington e la conseguente richiesta di pesanti sanzioni nei confronti delle aziende russo-tedesche che stanno realizzando tale opera) dall’altro con il gasdotto TurkStream (gasdotto russo-turco che va dalla Russia sino ad Ipsala in Turchia) le due potenze cercano di aumentare la propria proiezione politica ed economica nella zona danubio-balcanica e mediterranea. Proprio a tale scopo sono state realizzate le ZEE turco-libiche, poiché esse in tale modo hanno il pregio di intersecare il gasdotto israelo-greco-cipriota che nasce tra le acque israelo-cipriote raggiunge via Creta e Grecia la cittadina italiana di Otranto. Un gasdotto che dovrebbe riuscire a fornire la bellezza di 20 miliardi di metri cubi all’anno. Tale opera una volta conclusasi avrebbe il pregio di allentare la dipendenza energetica del vecchio continente non solo dagli stati nord africani ma anche dalla Russia. Naturalmente in questo quadro, a prescindere dalla lettura geopolitica che si voglia fare, il dato certo è che il trasporto navale del petrolio e del gas liquido diminuirà considerevolmente nel medio periodo nel Mar Mediterraneo arrestando così almeno in quel segmento la corsa al gigantismo navale.

 Per cui sembra del tutto evidente a questo punto che l’attacco americano, che ha comportato la morte del generale Soleimani, assume assolutamente un carattere geopolitico di ampio raggio poiché più teso a destabilizzare la fuga in avanti della Russia e della Turchia nel Mediterraneo che ad eliminare un noto o presunto jihadista. Destabilizzando l’Iran paventando anche la possibilità di un intervento armato in quella nazione le due potenze antagoniste difficilmente avrebbero la possibilità d’impegnarsi a fondo in una zona così distante dai loro territori nazionali. Per cui la plausibilità di un nuovo intervento armato in Iran sarebbe consequenziale alla strategia americana tesa a rinverdire il proprio ruolo di leader in scenari tralasciati negli ultimi tempi. Una lettura evidentemente condivisa anche da Luttwak il quale non a caso ha sottolineato come la morte di Soleimani fosse nella realtà delle cose un vero e proprio monito per Erdogan. Ma naturalmente questa è solo una delle tante letture di ciò che sta accadendo oggi.

                                                                                                                             Alessandro Mazzetti
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