MAGGIO 2020 PAG. 18 - Settore pubblico, la crisi ne ha evidenziato le deficienze







«Lo scorso 12 Aprile si sarebbe dovuto celebrare un doppio anniversario: i 150 anni dalla costituzione della società e il centenario della nascita di mio padre Ernesto, detto “Titino”, protagonista a partire dagli anni sessanta della svolta imprenditoriale che ci ha portato fino ad oggi.
Siamo stati costretti a rinviare ma l’anno prossimo saremo pronti a recuperare il tempo perduto». Non si abbatte Carlo Greco, alla guida della E&C Greco Mare, società storica a servizio dello shipping partenopeo, con un passato radicato nelle vicende industriali della città (una sorella di “Titino” fu chiamata “Ilva” in onore del centro siderurgico di Bagnoli). Ma non si abbandona neanche al troppo facile ottimismo. «Ci apprestiamo a vivere momenti difficili, inutile nasconderselo, ne usciremo fuori cambiati nelle nostre abitudini e nelle nostre professioni». La sua di professione inizia subito dopo la maturità, un impiego giovanissimo in agenzia, in parallelo con gli studi in economia che gli suggeriscono un principio cui si è attenuto costantemente: «puntare ai settori di nicchia, alla specializzazione delle attività». Una convenzione che ha portato l’agenzia marittima in direzione del settore petrolifero (di cui gestisce una buona parte del traffico movimentato dallo scalo partenopeo), la crocieristica, le marine militari (Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna non solo in Italia ma anche nel Nord Africa e nel Mar Nero).  

Quanto ha impattato la pandemia sui traffici di riferimento?
Il settore delle crociere è stato di fatto azzerato con conseguenze sull’indotto portuale e cittadino la cui rilevanza non è ancora percepita in pieno. Basti pensare che con Thompson gestivamo un turn around con l’aeroporto di Capodichino di una decina di voli a settimana. Di fatto è impossibile fare una previsione per la ripresa del mercato che, ad ogni modo, ne uscirà assolutamente rivoluzionato fin dal modello di business. Attorno al 30%, invece, la perdita di traffici nel settore del gas, influenzato però anche dall’andamento stagionale. Per recuperare terreno non so se basteranno i prossimi 12 mesi.

Cosa pensa del Decreto rilancio?
Trovo curioso che la strada scelta dal governo sia quella di finanziare la liquidità delle aziende producendo ulteriore indebitamento. Veniamo da anni di crisi in cui c’è stata una concorrenza al ribasso. Sintetizzando, credo che per sfamare le persone non serve dargli pesciolini ma procuragli una canna da pesca. Non voglio essere qualunquista ma piuttosto che una politica assistenziali fatta di bonus e sostegni al reddito sarebbe stato meglio puntare alla salvezza delle aziende evitando il rischio di collasso nei prossimi mesi.

Quale strada ha scelto la sua azienda?  
L’unica strada perseguibile è stata quella di sfruttare la cassa integrazione, il cui meccanismo di estensione, tra l’altro, vincolato alla impossibilità di licenziare, metterà ulteriormente in difficoltà il sistema produttivo nei mesi estivi, quando verrà a mancare la copertura. Le risorse dovrebbero essere sfruttate per la modernizzazione delle aziende o, al limite, per abbassare le tasse di registro e sul lavoro dipendente: invece si è preferito la strada del credito d’imposta, in un momento in cui generare reddito sarà sempre più difficile. Un po’ tortuoso, insomma. 

Cosa ci insegna questa crisi? 
Emergono soprattutto le deficienze strutturali dell’apparato pubblico. Il raffronto con altre realtà europee non lascia margini di interpretazione. Vengono al pettine problematiche di efficienza, di eccessiva burocratizzazione che un sistema politico poco rappresentativo non è riuscito a risolvere. C’è poi un’altra questione che riguarda il settore privato. Al netto della conflittualità interna e della dialettica settoriale è arrivato il momento di fare da pungolo verso le istituzioni.

In che modo? 
Presentandosi come un blocco unico verso l’esterno, nella difesa delle proprie prerogative e professionalità. Per troppo tempo, anche nel nostro settore, si è puntato troppo ad una “guerra tra poveri”, basata su margini di guadagno sempre più risicati. È arrivato il momento di invertire la rotta. Anche attraverso la spersonalizzazione delle aziende e la managerializzazione della loro governance.
                                                                                                                                                  G.G.